rete museale altovicentino  

Testimonianze del patrimonio artistico, storico, naturalistico e promotori di un recupero della tradizione e dell'identità culturale del nostro territorio

Home | Il Centro Servizi | Aree Tematiche | Piantina | E-mail | Notizie | Newsletter | Didattica | Itinerari Turistico Culturali  
Loading
Le professioni legate alla cava

 

LE PROFESSIONI LEGATE ALLA CAVA


El priàro: cavadòre, scalpelìn
Quello del priàro, che lavorava la pietra quando anziché le macchine si poteva ricorrere soltanto a leve o a cunei, era un lavoro molto faticoso. Si deve distinguere fra il cavadòre, che era colui che nella cava estraeva il masso, e lo scalpelìn, che dava al masso la forma dell’oggetto richiesto; nell’Alto Vicentino, però, i due momenti del lavoro erano praticati quasi sempre dalla stessa persona.
Per separare, nella cava, il masso di pietra, si praticavano, dapprima sulla voluta linea di frattura della roccia, tenendo sempre conto della venatura di essa, delle cugnàre o scarsèle, cioè dei fori di 10-15 cm., o anche di più, a seconda dell’altezza del córso, cioè dello strato della pietra.
Le cugnàre erano praticate con la punta, una specie di scalpello a punta che, essendo tutto d’acciaio temperato, non si consumava mai e non formava in testa le sane, cioè le slabbrature; per battere la punta si usava la mazza, che invece, non essendo temperata, si logorava facilmente determinando un incavo che comportava un più oneroso lavoro e che doveva ogni tanto essere tappato con un pezzo di ferro che vi veniva infilato dentro come un cocchiume; una mazza così incoconà tornava come nuova.
Preparate le scarsèle, s’introducevano a pressione in esse dei cùgni (cunei) di legno di moràro (gelso) o fagàro (faggio) ben secchi (erano stati precedentemente messi in forno) grandi quanto le scarsèle stesse. Quando tutti i cùgni erano stati messi nelle scarsèle, essi venivano bagnati d’acqua: gonfiandosi, spaccavano la roccia lungo la linea delle cugnàre. La forma del masso ottenuto era irregolare, per cui il priàro, se era anche scalpellino, valutato l’oggetto che poteva ricavarne, cominciava a sbozzarlo e a squadrarlo con la punta e la mazzetta. Se doveva, ad esempio, ricavarne un seciàro (acquaio), faceva prima le règole, cioè i bordi e i contorni, e solo successivamente incavava il piano centrale, che serve a contenere l’acqua, e praticava il foro di scarico. La prima lavorazione, quella grezza, era fatta con la punta grossa, innanzitutto, e successivamente con la punta fina (uno scalpello dall’estremità più appuntita) si otteneva una superficie spissà (spianata).
Per lavorare ulteriormente la superficie, si usavano prima lo sgrafòn, un martello con una penna a varie punte con cui si sgrafonàva il piano, e poi delle successive bociàrde (bocciarde) dai denti sempre più fini […]. Se si voleva una superficie lucida, la si passava, tenendola costantemente bagnata, con mòle a smeriglio, prima più grosse e poi più fini […].


El Molàro
Per gussàre (affilare) i coltelli o gli altri attrezzi sia adoperava la mòla che veniva preparata dal molàro. Quello del molàro era un mestiere praticato da pochissime persone ed era possibile solo dove esistevano cave di pietre arenarie particolarmente ricche di quarzo, alle quali i molàri andavano a rifornirsi. I molàri cavavano di volta in volta dagli strati della cava la quantità necessaria per formare le mòle che erano di diversa misura. Estratta una pietra della dimensione voluta ne segnavano con un compasso la circonferenza, poi davano alla pietra, lavorando di scalpello, la forma rotonda, infine la foravano al centro. Passavano successivamente nel foro un ferro piegato a manovella, che veniva fissato con dei pezzi di legno, e mettevano la mòla su una sorta di cavalletto detto cavra; nella parte inferiore della cavra applicavano una specie di bacinella in legno, che veniva riempita di acqua perché la mòla, pescando continuamente in essa mentre gira, lavora molto meglio.


Brani liberamente tratti da Aa.Vv., Civiltà rurale di una valle veneta. La Val Leogra, Accademia Olimpica – Vicenza, La Grafica & Stampa editrice, Vicenza, 1986, p. 408, 413-414.


Rete Museale Alto Vicentino , 30/05/2008


Altre pagine
DALLA CAVA ALLA CONTRADA
La Pietra nella Valle dell'Agno
L'impiego della pietra nell'edilizia rurale
La cava dei "Bocamora"
Strumenti e tecniche di lavorazione
Le professioni legate alla cava
Bibliografia


Rete Museale Altovicentino - Largo Morandi, 1 - 36034 Malo (VI) - tel: 0445 580459 - mail: info@retemusealealtovicentino.it