L’IMPIEGO DELLA PIETRA NELL’EDILIZIA RURALE
Le pietre ed i marmi sono da sempre stati utilizzati per garantire solidità e importanza alle costruzioni dell’uomo. L’area mediterranea in particolare è stata interessata da un grande ricorso a questi materiali per l’edilizia civile e di culto.
La forte relazione con il territorio è rispecchiata da tutte le opere e i manufatti realizzati dall’uomo per e nei suoi insediamenti: aspetti geologici, climatici ed economici sono i vincoli ambientali con i quali l’uomo ha sempre dovuto fare i conti, e che hanno modellato la sua opera reificatoria. Per esempio la casa rurale era modellata sul contesto ambientale: dalla terra su cui sorgeva si ricavavano i materiali da costruzione, la direzione dei fabbricati e la distribuzione dei vani interni era determinata dal sole, le condizioni economiche del nucleo familiare condizionavano le caratteristiche estetiche dell’edificio. Nella ubicazione dei nuclei abitati sono stati essenziali alcuni fattori, tra cui la facilità del rifornimento d’acqua e la vicinanza delle terre lavorate, o comunque dell’ambiente di lavoro.
L’architettura rurale non si è manifestata attraverso uno spontaneismo costruttivo, ma si è trattato di un processo evolutivo elaborato con una coscienza derivante da una sapienza ambientale, in cui le competenze tecniche e costruttive sono state tramandate di padre in figlio attraverso l’esperienza quotidiana.
Posso condurvi sulle sponde di un lago montano? Il cielo è azzurro, l’acqua verde e tutto è pace profonda. I monti e le nuvole si rispecchiano nel lago e così anche le case, le corti e le cappelle. Sembra che stiano lì come se non fossero state create dalla mano dell’uomo. […] [Il contadino] ha voluto costruire una casa per sé, per la sua famiglia e per il suo bestiame e gli è riuscito. Proprio come è riuscito al suo vicino e al suo avo […]. E’ bella la casa? Sì è bella proprio come sono belle la rosa e il cardo, il cavallo e la mucca [1].
«Spesso gli elementi dell’architettura rurale sembrano nati, con le parole di Adolf Loos, “dal luogo”, senza sforzo e violenza e deturpazione del paesaggio. Quella di cui stiamo parlando non è una forma di conoscenza avventizia o esotica. Dobbiamo ripensare ai nostri borghi […] come non nati dalla casualità di una armonia da “gente buona” e di poche pretese, ma da una elevata coscienza dell’insieme e del paesaggio, […] da una interazione di abitudine e apprendimento che produceva […] gli spazi del villaggio e della città. Dire che sapessero “progettare” sarebbe riduttivo e ridicolo. La loro percezione, conoscenza ed uso dello spazio rendeva superflua la progettazione. Non avevano ancora separato se stessi dal proprio spazio di vita» [2].
Anche E. Turri ci parla dei caratteri dell’insediamento umano, dalle cui forme, dal cui rapporto con l’intorno traspare, nello stesso tempo, omogeneità e originalità:
Ripetitività e omogeneità a livello locale erano il frutto […] di elaborazioni stilistiche particolari, […] valorizzazione degli spazi e delle risorse locali in forme adeguate alle forme economiche e ai rapporti consolidati, per cui solo quel tipo di casa, quel tipo di insediamento, quel tipo di intervento nelle campagne, quel dato rapporto tra insediamento e dintorno coltivato avevano funzionalità. Da ciò la peculiarità, la diversità, l’originalità di questi paesaggi, numerosi e ben individuabili in Italia [3].
Vediamo ora come lo spazio disponibile sia stato modificato dall’uomo, come l’uomo abbia agito su di esso e con esso, e come abbia utilizzato le sue risorse (le materie prime a disposizione) per costruire case e contrade, per coltivare la terra, per spostarsi da un luogo all’altro.
L’abbondanza di legno, in particolare faggi e castagni, e di pietra di tipo calcareo relativamente facile da lavorare ha, come già detto, modellato la produzione dei manufatti locali. Le contrade, le strade, le masière, gli attrezzi da lavoro, le fontane, i forni, venivano costruiti utilizzando queste materie prime recuperate in loco; esse sono state sostituite solo nel secondo dopoguerra, con l’avvento dei mezzi di comunicazione veloci e comodi.
Masière e rive
L’origine del termine masièra risale alla lingua latina: maceria significa infatti “muro a secco” .
La masièra era, in collina e montagna, uno degli elementi fondamentali del paesaggio e dell’economia. Con l’ingegno e con un lavoro di secoli l’uomo ha terrazzato molti pendii per renderli meno ripidi e quindi sfruttabili, soprattutto quelli posti in costiera al sole, conquistando al bosco tutta la superficie che gli è stato possibile, fino agli angoli più arditi e impensati, per utilizzarla a prato o ad altre colture. Con il termine rive si identificano le strisce di terra pianeggianti sostenute dalle masière, usate per piantare la vite e le patate, mentre le primizie primaverili erano piantate a ridosso della masièra stessa per essere più riparate. Esse sono ancora ben riconoscibili e sono un segno tangibile nel paesaggio collinare non solo della nostra valle, anche se oggi la maggior parte di esse risulta in rovina a causa del progressivo abbandono delle attività agricole dal secondo dopoguerra fino ad oggi.
Le masière venivano realizzate sovrapponendo con sapienza pietre, pietrame e materiali di scarto (es. cocci) senza l’uso della malta. Quest'ultimo particolare permetteva che l’acqua piovana drenasse attraverso la masièra: in questo modo lo scorrere dell’acqua da una terrazza all'altra era reso lento e dolce, evitando l'asportazione di terra dovuta alle brentane o i paludamenti delle rive. Era un’operazione lunga e complessa e l’abilità stava nel saper rendere stabili i pezzi più grossi con scaglie minute per formare piani di posa più solidi.
Le pietre non erano oggetto di particolari lavorazioni di rifinitura, al massimo la sbozzatura. In genere venivano usate quelle che si trovavano sul campo, quelle di risulta dal dissodamento della terra, assieme a eventuale pietrame di fiume e, come detto, scarti di laterizi.
Strade e salìsi
Il termine salìso, in italiano selciato, deriva dal termine latino siliceus, che significa “fatto di selce”.
«Quando la strada lambiva la contrada o passava tra le case, soprattutto dei centri a valle, il suo fondo si ricopriva spesso di salìso; allora essa diventava anche appendice della casa stessa, luogo di attività». Questa descrizione ci restituisce, oltre che l’immagine materiale della strada, anche la valenza sociale di questo spazio. «Luogo di vita comune e di contatto tra gli uomini, la strada […] era fatta a dimensione dell’uomo e delle sue bestie. Per quanto opera dell’uomo, le strade restavano un elemento naturale ricco e vario, con una impronta sempre nuova perché il loro aspetto mutava ad ogni passo […]» [4].
A mano a mano che ci si allontana dagli abitati e dalle terre coltivate e il pendio si fa più ripido, le strade di montagna si vanno differenziando da quelle di pianura. Soprattutto nelle strade più battute, percorse da carretti trainati a mano o dal béco, viene costruito un solido, compatto selciato di grosse pietre dalla durata perenne. I bordi della strada, almeno a monte, sono protetti da masière.
La Contrada
Direzione e intensità del vento, esposizione al sole, pendio, natura del terreno e altri fattori rendevano necessario l’adattamento alla natura. L’orientamento della casa è il più possibile verso il sole, anche quando essa si venga a trovare inevitabilmente sui rovesci del monte; ma osservando le contrade vedremo come esse trovino la loro ubicazione quasi sempre sui pendii soleggiati.
La contrada, elemento fondamentale del tessuto urbanistico rurale sia in pianura che in montagna, era strutturata in forme diverse, a seconda della sua posizione: poteva essere “lineare” o “a corte”.
In montagna solitamente esse erano strutturate in una linea di case contigue o variamente accostate; la tendenza prevalente è quella di addossare le case l’una all’altra in base alle curve di livello e all’andamento del terreno.
Non ci sono barriere fra le proprietà, a differenza di oggi, e attorno alle case le recinzioni hanno la sola ma importante funzione di difendere gli orti.
La contrà tende ad essere autonoma, per cui ognuna di esse ha dei servizi comuni essenziali: il làbio, il forno, il capitello, etc…
Il tessuto e la strutturazione di contrade e paesi sono una tangibile testimonianza della necessaria pratica del vivere associato del passato, peraltro non sempre pacifico, ma che la mancanza di mezzi rinnovava continuamente. Come già detto le case, anche per sfruttare i muri contigui che impedivano la dispersione del calore, erano appoggiate le une alle altre, la strada e le corti erano di uso promiscuo, si abitava porta a porta. Ciò, se dava origine a beghe e a liti continue, a pettegolezzi e a dicerie a non finire, anche perché la vita si svolgeva molto di più fuori di casa di quanto non si svolga ora, era estremamente utile e quasi indispensabile, nella povertà dei mezzi e delle risorse, perché consentiva un reciproco aiuto nei momenti del bisogno.
La corte è l’indispensabile prolungamento del portico che, a sua volta, è il prolungamento della stalla. Nella corte, e soprattutto nelle zone perimetrali prospicienti la sua proprietà, ognuno teneva provvisoriamente le sue robe e gli attrezzi che stava usando: la regola era di non intralciare il lavoro degli altri. Il centro della corte restava di solito sgombro per il passaggio.
Nei cognomi delle famiglie che abitano la contrà si possono trovare ancora i segni della storia del suo formarsi: in ogni contrada i cognomi sono pochi, sempre gli stessi; talora, soprattutto in montagna, c’è un solo cognome che ha dato anche la denominazione alla contrada stessa.
La Casa rurale
Come è stato già accennato varie volte, il luogo sul quale sorge la casa rurale ne determina le fattezze: e questo discorso vale ancor di più per la casa in collina o in montagna. Da tali condizionamenti ambientali derivano delle soluzioni sempre nuove, ma anche delle invarianze strutturali e formali. La regola principale era, naturalmente, la funzionalità; accanto a questa però non mancava una spontanea ricerca estetica. Anche nelle case più umili è visibile un autentico gusto estetico soprattutto in porte e finestre; ma questo è testimoniato ancor più e più semplicemente dalla sobrietà e dalla regolarità degli edifici che, troppo spesso, manca nelle architetture attuali. Le forme della casa rurale non erano studiate per stupire l’osservatore; tutto era misurato, simmetrico, armonico, il risultato di un naturale rispetto per le proporzioni.
Il succedersi dei secoli non ha registrato grandi variazioni nelle soluzioni architettoniche, che si ispiravano agli esempi già esistenti e tradizionali.
Muri e solai
La pietra e il legno erano i materiali con cui erano costruiti i muri e i solai. Se il legno abbonda nelle parti superiori degli edifici e nei solai, la pietra va a costituire i muri, più chiusi di quelli delle case di pianura. La pietra cavata nei dintorni caratterizza e conferisce particolarità ad ogni contrà. La casa di solito è sìmpia, ovvero con i locali disposti su un solo fronte, quello più esposto al sole.
Tetto
Generalmente il tetto delle case rurali è a due spioventi, costituito da una orditura di travi in legno e coperto con coppi. La cornice del tetto era costituita da una lastra in pietra, dello spessore di circa 8 cm, direttamente posata alla muratura (e questo serviva anche per proteggere la muratura stessa da infiltrazioni d’acqua che potevano nel tempo compromettere la sua compattezza e stabilità). Questo uso si è protratto più a lungo nell’edilizia collinare e montana. Prima dei tetti in coppi, in zona collinare il manto di copertura era fatto in paglia: di spessore elevato, garantiva una buona impermeabilizzazione e una durata di svariati anni.
Disposizione dei locali
La disposizione dei locali è molto semplice perchè obbediente alla costante regola della praticità. Al piano terra la cucina trova la sua importante locazione; essa è spesso affiancata da un ripostiglio. Dalla cucina si accede direttamente, attraverso una scala di legno chiusa da tavole, al primo piano. Qui ci sono le camere, mentre al secondo piano c’è il granaio, molto basso, che si raggiunge con un’altra scala in legno. Molte case hanno più di tre piani, al fine di sfruttare verticalmente lo spazio, così esiguo in montagna. La càneva (cantina) è ricavata nel sottoscala o in qualche andito del retro, angusto e buio. Vedendo le case delle contrà e parlando magari con i vecchi abitanti, ci si stupisce di quante persone abitassero quelle piccole stanze, spesso anche famiglie composte da più di dieci persone.
Finestre
La grandezza delle finestre è un indicatore formidabile per dedurre, anche se in modo approssimativo, l’età di un edificio: quanto più sono piccole, tanto più la casa è antica. Anche se molto spesso sono inserite in ampliamenti dell’edificio, le finestre sono generalmente di forma e disposizione regolare soprattutto nelle facciate.
Esse sono sempre delimitate da stipiti in pietra, liscia nelle case più povere o più antiche, lavorata superficialmente nelle case meno umili. L’architrave delle finestre poteva essere costruito con diversi metodi: un trave in legno appoggiato sulla lastra in pietra, in modo che il primo, più elastico della pietra, la preservasse dalla rottura; oppure in pietra a formare un archetto ribassato, o a triangolo, mediante la giustapposizione di due lastre in pietra a costituire una piccola capriata.
Seciàro e fogolàre
Questi due manufatti sono gli elementi caratterizzanti la cucina e dominano in essa. Il seciàro era in un angolo, costituito da un’ampia pietra sagomata dai bordi rialzati di 6-8 cm, posto in pendenza verso lo scolo, che scaricava fuori di casa. Il piano di pietra del seciàro era retto da due pilastrini o da due mensole, sempre in pietra.
Il fogolàre, simbolo di domesticità, di calore familiare e di solidità, era molto semplice. Non vi erano canoni definiti per le misure, che variavano a seconda dell’ambiente e degli usi. La base era in pietra, mentre la parte più interna e le pareti erano in mattoni refrattari. Le spalle in biancone erano a volte scolpite a bassorilievo. In molte case vecchie il profilo del fogolàre sporge ancora sulla parete esterna, tanto che tutta la costruzione dell’edificio pare sia stata conformata in base ad esso.
Scale
Anche per la struttura delle scale i materiali erano la pietra e il legno. Le scale che dalla cucina scendevano in cantina erano spesso in pietra grezza, mentre quelle che salivano al primo piano erano in pietra un po’ più levigata. Quelle, infine, che salivano fino al granaio erano fatte di legno. Il parapetto era in legno o ferro battuto.
Le scale esterne, in pietra, erano comuni. La struttura della scala è fatta di più blocchi, appoggiati alle travi in legno che formavano le rampe; in rari casi il singolo scalino era infisso direttamente nella muratura e lavorava a sbalzo.
I pavimenti al piano terra erano usualmente in mattoni, ma non mancavano nelle zone montane pavimenti a lastre di pietra levigata, anche di diversa misura nella stessa stanza. Questa pavimentazione poteva essere inoltre utilizzata all’esterno, davanti alla soglia di casa.
Stala-pòrtego-tésa
Il complesso stala-pòrtego-tésa (o fenàro), cioè l’edificio rustico per le bestie, era sempre costruito a ridosso della casa di abitazione. In montagna questo complesso è di dimensioni più ridotte rispetto alla pianura.
La stalla si affacciava sul portico, interrotto da pilastri o anche da eleganti colonne, con il pavimento in salìso; esso era quindi delimitato su un fianco dalla parete della casa di abitazione e sull’altro da un muro, sul quale si apriva un portone ad arco. Il pòrtego era luogo di lavoro abituale nella cattiva stagione e spazio di gioco per i ragazzi. Era un elemento della casa che già si protendeva verso la corte e i campi.
Il soffitto della stalla, di robusti travi, costituiva il pavimento della tésa-fenàro.
D’inverno la stalla diventava la stanza nella quale ci si intratteneva più a lungo durante il giorno, luogo di lavoro, di incontro, di filò.
Forno
Nella struttura della contrada non poteva mancare il forno per il pane, che sorgeva come costruzione isolata o addossato ad una casa, ed era di uso comune. La parte principale della costruzione consisteva nel vano fornace formato da una semicupola, del diametro variabile da uno a due metri, tutta rivestita di mattoni refrattari.
La struttura esterna era in pietra non intonacata e la copertura era in legno e coppi, o in lastre di pietra. Il tetto, a doppio spiovente, era aggettante sul davanti, per proteggere l’imboccatura e i movimenti di chi lo stava usando.
Fontana
La fontana comprendeva sia il lavatoio che il làbio (abbeveratoio), ed era così formata da due vasche comunicanti (qualche volta anche tre). Queste erano costruite in pietra, con lastre tenute assieme da robuste graffe in ferro.
In Contrà Novella, accanto al forno, troviamo una fontana a tre àlbi (vasche), ognuno con la sua specifica funzione: nel primo l’acqua era tenuta pulita, perché serviva per uso alimentare e per abbeverare le bestie; nel secondo si risciacquava la lìssia, cioè il bucato, nel terzo i panesèi, i pannolini, dei bambini.
Per le donne della contràda il làbio era importante punto di incontro e luogo chiacchiere. La funzione del làbio ha cominciato a morire quando l’acqua è stata man mano canalizzata fino all’interno della casa e della stalla.
Làbio, àlbio, àbio: sono tutte varianti locali per designare uno stesso manufatto, cioè la fontana in generale o una delle vasche di cui è composta. La vasca può essere quella della fontana o la mangiatoia per il maiale (che non poteva essere di legno perché poco resistente al grugno dell’animale!).
Mòla
Gli attrezzi da lavoro avevano bisogno di una costante manutenzione tramite l’affilatura delle lame. Per gussàre (affilare) coltelli e lame in genere si ricorreva alla mòla, formata da una prìa (pietra) rotonda dal bordo piatto o arcuato, sostenuta da un cavalletto a quattro gambe al quale è attaccata una vaschetta piena d’acqua in cui la prìa pòcia, cioè si bagna. Per farla girare ci si serve di un ferro a manovella che la attraversa al centro, azionato manualmente o a pedale. A volte la prìa è posta, anziché su un cavalletto, su due bastoni che si appoggiano ad un muro.
Fin dal Medioevo a Recoaro si cavavano mòle per arrotare spade e mòle da mulino.
In Contrà Cecchetti si può vedere la ricostruzione di un frantoio per ottenere l’olio di noci, in cui è inserita la mòla originale. L'olio di noci era utilizzato per l’illuminazione in quanto nella Valle dell’Agno l’elettricità arriverà solo verso la fine dell’800: la concessione per la prima centrale elettrica risale al 1895. La lampada ad olio per l’illuminazione continuerà ad essere usata fino a dopo la Prima Guerra Mondiale, a causa dell’elevato costo dell’elettricità. In alcune contrà l’elettricità arriverà dopo la Seconda Guerra Mondiale. «Per ottenere l’ojo par el lume si vuotavano sulla macina i gherigli di noce e la si ruotava a mano fino a ridurre il tutto a una poltiglia uniforme. Si prendeva l’impasto ottenuto e lo si poneva entro un telo di canapa sotto a un apposito torchio, che mediante pressione faceva uscire fra le maglie del telo l’olio già filtrato e pronto per l’uso» [5].
I resti di mole sparsi per le nostre contrà sono spesso usate, oggi, come piani di appoggio per vasi di fiori.
Mangiatoia
La mangiatoia (làbio) per il maiale era in pietra, unico materiale resistente alla forza del suo grugno. Quella per le vacche invece era costruita in robuste tavole di legno.
Decorazioni
Nelle case più umili l’unico elemento decorativo era costituito dagli stipiti o dalla chiave di volta della porta d’ingresso ad arco, abbelliti da un fregio con la data, il nome del committente o un semplice motivo ornamentale. Tutte le altre porte, interne o esterne, erano sormontate da un semplice architrave non decorato. Analogo nella struttura, seppur più ampio, era il portone ad arco che chiudeva la contrà a corte verso l’esterno o che si apriva sul muro del complesso stala-tésa.
Sulle pareti delle case delle nostre contrà spesso possiamo vedere dei piccoli bassorilievi in pietra inseriti nella muratura. Sono la testimonianza della fede della gente della contrà. Rappresentano simboli cristologici, principalmente il monogramma JHS. Jesus Hominum Salvator (in latino, Gesù Salvatore dell’uomo) è un simbolo di estrema importanza per il cristianesimo e sembra venga adottato già dal 62 d.C. per merito dell’evangelista Luca che lo inserisce nei suoi scritti relativi alla redazione degli Atti degli apostoli tra il 62 e il 95 d.C. Il simbolo gode di grande diffusione nel medioevo e poi nel ‘400 con San Bernardino da Siena che ne farà suo emblema durante le predicazioni. Tant’è che l’iconografia tipica del Santo lo rappresenta con il simbolo contornato da raggi di fuoco o di luce in mano davanti al petto. Il simbolo rimanda alla figura di Cristo e al sacramento dell’Eucaristia.
[1] Loos A. (1984), Parole nel vuoto, Adelphi, Milano.
[2] La Cecla F. (2000), Perdersi, Laterza, Bari, p. 57.
[3] Turri E. (1979), Semiologia del paesaggio italiano, Longanesi, Milano, p. 42.
[4] Aa.Vv. (1986), Civiltà rurale di una valle veneta. La Val Leogra, Accademia Olimpica – Vicenza, p. 441.
[5] Adriani B. et al. (1990), a cura di, Civiltà popolare della Valle dell’Agno, Edizione del Comune di Valdagno, p. 118.
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