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La Pietra nella Valle dell'Agno

 

LA PIETRA NELLA VALLE DELL’AGNO


La pietra fin dai primordi fu il materiale più usato e di importanza fondamentale per l’umanità: l’uomo primitivo la scheggiava, la tagliava, la lavorava, la levigava, la incideva o la scolpiva; essa forniva così la materia base per la costruzione di molti oggetti d’uso quotidiano, armi e strumenti di difesa.
Ampliando lo sguardo sul territorio, ci rendiamo conto che la pietra è anche una componente fondamentale del paesaggio delle nostre valli pedemontane. «Ogni aspetto del paesaggio è frutto di una lunga storia geologica comprendente la genesi delle rocce, la loro deformazione per effetto delle forze tettoniche e il loro parziale smantellamento ad opera degli agenti erosivi: quello che noi comunemente consideriamo la parte naturale, fisica, del paesaggio deriva dall’azione combinata di forze endogene ed esogene. […] Non necessariamente questi eventi sono consecutivi e separati nello spazio e nel tempo, ma spesso avvengono contemporaneamente o si alternano con ciclicità. L’erosione delle rocce formatesi nel mare inizia non appena queste vengono esposte agli agenti atmosferici: nello stesso istante in cui le spinte tettoniche ne provocano l’emersione, le morfologie prodotte dall’erosione iniziano a sovrapporsi a quelle deformative, in funzione delle caratteristiche dei sedimenti. Contemporaneamente, i materiali erosi vanno a depositarsi in un altro luogo, dando origine a forme di accumulo. I fossili, per i quali vanno famose le nostre montagne, mostrano chiaramente che quasi tutte le rocce che oggi affiorano nelle Prealpi si sono formate in fondali marini più o meno profondi; prossimi alla costa, questi fondali venivano periodicamente coinvolti in sollevamenti e sprofondamenti, mentre lo stesso livello marino era soggetto a variazioni lievi o imponenti»[1].
Dal punto di vista strutturale la regione corrispondente ai bacini montani dell’Agno, del Leogra e del Posina fu interessata da molte dislocazioni tettoniche. Il movimento tettonico principale di quest’area, riconducibile a momenti compressivi dell’orogenesi alpina, fu quello che portò alla formazione di una grande anticlinale a larga curvatura (Ellissoide di Recoaro). La grande anticlinale raggiunge la sua massima convessità in corrispondenza di Recoaro e Valli del Pasubio, cosicché in tali zone, successivamente erose dai torrenti, affiorano, anche a notevole altezza, le rocce più antiche (come le Filladi Quarzifere - dette localmente lardàro - e le Arenarie di Val Gardena), a testimonianza dell’entità del sollevamento avvenuto. L’anticlinale fu poi modificata in seguito a un complesso di fratture che generarono faglie variamente orientate (la più nota delle quali è quella Schio-Vicenza, una profonda frattura che inizia nella valle dell’Adige presso Rovereto e va a perdersi all’estremità opposta, nei sedimenti della bassa pianura veneta). La parte montagnosa si raccorda con quella collinare mediante una “piega a ginocchio”.
La regione dei Lessini si estende ad est includendo le colline tra la bassa Val Leogra e la Valle dell’Agno; quest’area è caratterizzata da un’impronta vulcanica di età terziaria: le rocce eruttive attraversano e movimentano l’ossatura di questa dorsale, formata da rocce sedimentarie calcaree.
Sulla denominazione di "Lessinia" dell’area collinosa tra la Val Leogra e quella dell’Agno ci sono però pareri discordanti: alcuni ve la includono, altri sostengono che la Lessinia trovi la sua chiusura nella Valle del Chiampo, escludendo quindi anche la Valle dell’Agno.
La Valle dell’Agno è un importante testimone dell’evoluzione geologica del nostro territorio: le rocce affioranti più antiche hanno 280 milioni di anni e le più recenti appena alcuni milioni di anni. Sono presenti inoltre degli insediamenti dell’Età del Bronzo.
Le pietre estratte in queste zone e utilizzate un tempo nel campo dell’edilizia appartengono principalmente a due formazioni: il Biancone e la Scaglia Rossa.

Il Biancone
Il Biancone e il Bianco fanno parte di un potente (cioè spesso) complesso di rocce fittamente stratificato, risalente ad un periodo compreso tra i 140 e 70 milioni di anni fa, che affiora ampiamente nei dintorni di Valdagno. E’ un calcare di colore bianco a grana fine in cui sono conservati gusci di microrganismi marini (radiolari e foraminiferi). L’assenza di componenti grossolane e l’estrema finezza del sedimento ci danno informazioni sull’ambiente di formazione del Biancone: si tratta di un ambiente di sedimentazione tipico di un mare abbastanza profondo e lontano dalla terraferma. All’interno di questo tipo di roccia ci sono noduli, lenti e liste di selce che si sono formati in seguito a fenomeni chimico-fisici che fanno sì che un sedimento sciolto diventi roccia.
Il Biancone è molto resistente (per questo è detto rùstego) e veniva utilizzato per realizzare fontane, scalini e per tutti quei manufatti che sarebbero stati soggetti agli agenti atmosferici. In tutti gli strati della sequenza stratigrafica sono evidenti e costanti le linee e i piani di separazione che, in qualche caso, ci si presentano in forme suggestive dovute all’erosione dell’acqua.
Nella parte superiore della formazione si registra un progressivo aumento del contenuto di sostanza organica fino alla comparsa di veri livelli bituminosi.

Il Livello Bonarelli
In alcune zone della porzione superiore della formazione del Biancone è presente una particolare unità stratigrafica denominata Livello Bonarelli (o “scisti neri”) che ha un’età di circa 92 milioni di anni; questo strato è stato più volte intercettato durante le escavazioni per la realizzazione del traforo Valdagno-Schio.
Si tratta delle tracce di un evento caratterizzato dall’impoverimento di ossigeno nelle acque oceaniche che interessa tutto quel vasto bacino marino cretaceo che comprende anche le Alpi Meridionali e l’area Umbro-Marchigiana. Questa fase anossica (cioè caratterizzata da scarsità di ossigeno) ha generato profondi sconvolgimenti nelle specie acquatiche animali e vegetali dell’epoca, interessando anche altre zone della terra.
Il Livello Bonarelli si presenta come uno strato di marne nere, fetide alla percussione e ricche di sostanze organiche; al suo interno si possono trovare resti fossili di pesci, vegetali e numerosi noduli di pirite e marcasite, due minerali costituiti da ferro e zolfo molto appariscenti, tanto che al momento della scoperta furono erroneamente identificati come oro.
In passato gli abitanti del luogo hanno cercato di sfruttare gli affioramenti più abbondanti di questa formazione per l’estrazione di combustibile fossile, che però è risultato essere di scarsissima qualità.
La località più prossima in cui questo livello fossilifero affiora con caratteristiche analoghe è collocata nei colli Euganei, nella cava abbandonata di Cinto Euganeo.

La Scaglia Rossa (mòrbio)
Con il progressivo attenuarsi del fenomeno anossico il fondo marino si trova ad essere sempre più ossigenato. Dal punto di vista stratigrafico tale evento è segnato dalla netta sostituzione del Biancone da parte di facies (stratificazioni) calcaree rosate o addirittura rosse che costituiscono la formazione della “Scaglia Rossa Veneta”. In questo ambiente sempre più ossigenato, cominciano a depositarsi, fino agli inizi dell’era terziaria, fanghi ricchi di gusci di foraminiferi planctonici. Da questi fanghi si sono costituite le rocce della formazione della Scaglia Rossa: si tratta di calcari argillosi, fittamente stratificati, rosati o rosso mattone (per la presenza di ossidi di ferro), con spessore totale di quasi 100 metri. Questo strato è costituito da rocce che presentano una fratturazione di tipo “scaglioso”, caratteristica che ha dato il nome alla formazione.
Nella cultura materiale locale la Scaglia Rossa (chiamata mòrbio per la facilità di lavorazione e per la minore resistenza, rispetto al Biancone, all’usura e alle intemperie) era utilizzata per realizzare seciàri (acquai), scale interne e cornici di finestre.
In passato sono state aperte numerose cave di Scaglia Rossa nell’alta vallata dell’Agno restituendoci una straordinaria quantità di fossili, con esemplari di ricci marini, molluschi, anelli vertebrali e denti di pesci che documentano il paesaggio biologico di questo ambiente.

I vari strati, detti córsi, visibili sia nella formazione del Biancone che in quella della Scaglia Rossa, hanno diverse caratteristiche e spessori, divisi tra loro da discontinuità nel processo di sedimentazione; tali discontinuità, chiamate spiode, erano utilizzate per la separazione dei córsi.
Spesso nelle cave la roccia è caratterizzata da dei piani di rottura, sfruttati per facilitare l’estrazione del materiale: le faglie. Le faglie sono delle deformazioni fragili che originano delle fratture nella roccia: esse identificano un piano lungo il quale si è avuto un movimento tra due parti di roccia. Questo piano continua in profondità finché non incontra una zona caratterizzata da un comportamento plastico che ne ammortizza il movimento. In questo modo avremo uno scivolamento degli strati verso il basso e la formazione di bacini, graben, e monti, horst.

Ogni córso ha delle caratteristiche particolari che lo rendono adatto a determinati utilizzi. Questi córsi erano conosciuti dai cavatori con dei nomi particolari e folcloristici: c’era, ad esempio, il córso seciàri, il più adatto per ricavarne secchiai; il còrso scalini, particolarmente resistente all’usura, da cui si ricavavano gradini; il córso finestre da cui si ricavavano stipiti per le aperture; e infine c’era il famigerato córso smarso (marcio), denominazione molto eloquente per identificare uno strato poco resistente e molto friabile, adatto ad esempio per muri non a vista.

I Calcari Nummulitici
È una pietra simile alla pietra morta (pietra che si forma nei canali di marea, tra la barriera corallina e la terraferma, in presenza di corrente; è una pietra granulosa), di colore bianco, molto compatta, generata dai depositi sottomarini di alghe e animali vertebrati e invertebrati. Questi depositi sono noti con il termine informale di Calcari Nummulitici, nome che deriva dai ‘Nummoliti’, caratteristici macroforaminiferi a guscio calcitico dei quali questi depositi sono ricchi, assieme a molluschi, crostacei, coralli e spugne. Presenti anche i vertebrati, come pesci, squali, razze e testuggini.
In questo strato non sono presenti linee di rottura preferenziali, quindi l’estrazione risulta più complessa e necessita di mezzi meccanici. Questa pietra si presenta tenera appena estratta, ma si indurisce a mano a mano che perde l’acqua di cava.
I livelli calcarei oggi spiccano con il loro biancore in entrambi i versanti della Valle dell’Agno e della Valle del Chiampo.

[1] Aa.Vv. (2003), “Brevi note sulla geomorfologia della Val Leogra”, in Acqua e terra della Valleogra, Grafiche Marcolin Editore, Schio, p.11.


Rete Museale Alto Vicentino , 30/05/2008


Altre pagine
DALLA CAVA ALLA CONTRADA
La Pietra nella Valle dell'Agno
L'impiego della pietra nell'edilizia rurale
La cava dei "Bocamora"
Strumenti e tecniche di lavorazione
Le professioni legate alla cava
Bibliografia


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